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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


22 settembre 2015

Tecnica e sinistra

Partiamo dalla sconfitta della sinistra, in Italia e in Europa. Nella speranza di coglierne le svariate ragioni. A me interessa soprattutto la sconfitta culturale, ideologica, che fra tutte è la peggiore perché mina le prospettive, chiude il quadro. La cultura fa epoca, l’ideologia è la cornice di ogni progetto. Non è vero, dunque, che siano finite le ideologie: senza di esse non esisterebbe progetto e non saremmo in grado di presentare e ‘anticipare’ alcunché, cercando attorno a queste scelte il consenso. Diciamo che nel deserto delle ideologie, nel velo funebre che sembra aver bruciato ogni competizione culturale, una in particolare sembra sopravvivere, anzi trionfare su tutte le altre, ed è la tecnica. Non confondiamola con le tecnologie, che sono solo la base materiale e produttiva su cui la tecnica stessa ha posto radici e si è insediata. Un I-phone, in sé, non sposta nulla a favore di nulla. Così la rete. Ma entrambi sono il fondamento di una grande e massiccia operazione culturale, per la quale tutto ciò che è ‘politica’ (dibattito pubblico, partecipazione, rappresentanza, opinione pubblica, in breve democrazia) è superato e deve essere rigettato. In nome di un agire pragmatico, risolutore, orientato ad affrontare i problemi con ‘competenza’ e abilità, innescando la ricerca della soluzione possibile, l’unica tecnicamente efficace, quella che fa davvero quadrare il cerchio, non altre. La democrazia, le istituzioni rappresentative, diventano perciò zavorre che affondano sotto il peso di opinioni discordi, capziose, formalistiche, che rallentano l’iter, appesantiscono le procedure, producono ‘burocrazia’, lentezza, la famosa ‘palude’. La tecnica esalta invece quello ‘bravo’, il tecnico appunto, quello fuori dalle ‘parti’, il non partigiano capace di scovare la soluzione senza essere ‘condizionato’ dalla politica. La tecnica ne esalta la ‘obiettività’, il possesso pieno dei mezzi ‘risolutori’ contro la sciocca insipienza della politica. Il tecnico non si perde nei vicoli della democrazia e della ‘politica’, ma segue gagliardo la main street e punta a conseguire con risolutezza l’obiettivo, proprio perché non appare zavorrato dalla partigianeria e dall’essere di parte. La tecnica, questa ideologia, è perciò la vera nemica della politica e, quindi, della sinistra che promuove, invece, partecipazione democratica e concerto delle opinioni.

La tecnica è finanza, comunicazione, dispositivi. È la promozione degli apparati invece che degli uomini in carne e ossa. È la riduzione a ‘numeri’ della vita umana. È l’idea che le cose (merci, beni, oggetti tecnologici) siano più importanti delle persone. È il vero riflesso culturale della prassi neoliberista, e riassume in sé a pieno quella ideologia, la completa, la fa culminare, la rende perfetta. Se l’ideologia liberista, la sua narrazione, racconta un mondo di donne e uomini sottoposte crudamente agli appetiti dell’economia, la tecnica appare, invece, con un volto più umano, perché nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ‘narra’ la sola patina di efficienza, i soli apparati, i dispositivi, gli oggetti tecnologici più avanzati. Antepone la lucentezza delle cose alla sofferenza dell’umano, e diviene accettabile così anche per gli ’ultimi’, anzi soprattutto per loro, per chi ne resta di più ‘incantato’. Immaginiamo la potenza della comunicazione, il suo proporsi come dispositivo risolutore ben più di una lunga discussione, di una faticosa mediazione, di un dibattito, di uno sforzo partecipativo. Ecco questa ‘sirena’ ha conquistato il ceto politico, sinistra compresa, che motiva ormai le sue scelte anteponendo i congegni comunicativi alle libere opinioni, il miracolo di una narrazione efficace alle faticose traversate nel deserto. La tecnica s’è mangiata la politica, se l’è divorata. Anzi: la ‘logica’ della tecnica (e dunque della comunicazione) ha preso possesso della logica politica, si è sostituita a essa. E a resistere a questa chiamata si fa sempre più fatica. È come se un’intera umanità (grosso modo quella a cui guarda la sinistra dal punto di vista degli  ‘ultimi’) fosse prigioniera di congegni e dispositivi, come se i numerini della finanza e dell’economia avessero scalzato del tutto il pathos della lotta politica. Piccola politica, al massimo, quella che sale al proscenio. Cifre, percentuali, linee di tendenza, digitalizzazioni, tabelle, scansioni: la politica oggi ‘narra’ storie di marca pubblicitaria ma sottintende il peso e il vaglio di una miriade di dati che affluiscono nei display di chi tira le fila. Non sono i ‘numeri’ il problema, né i congegni, né la tecnologia materiale, ma il potere che hanno e l’ideologia che li esalta, ovviamente.

Quando si dice che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ‘sanno comunicare bene’, è come se si dicesse che hanno venduto la loro anima alla tecnica e alla comunicazione, affidando il loro destino politico a questi congegni e ai comunicatori che li manovrano. È ovvio che la politica è sin dalle origini linguaggio, espressione, tecnologie di comunicazione, agonismo legato a dialoghi e dibattiti. Ma qui siamo ancora alla strumentalità del mezzo. Oggi i comunicatori si siedono al tavolo con dirigenti e candidati politici, fissano i paletti, suggeriscono la linea da seguire, spiegano che la distinzione destra-sinistra (per la tecnica) non esiste più, si tratta al massimo di ‘posizionamento’ sul mercato, come per i vecchi formaggini o per le lavatrici. Certo, gli uomini politici accorti, che ancora tengono alla loro autonomia, ribattono a queste pretese anche per questioni di dignità, se la parola ha ancora un senso. Ma nella massima parte dei casi, ci si affida alle agenzie (oppure, in altri campi, al esperto di marketing, di finanza o al sondaggista). E le agenzie svariano da un fronte politico all’altro, veri e propri intellettuali ‘disorganici’ del neoliberismo trionfante. Senza appartenenza alcuna se non quella al fronte egemone. La ‘logica’ tecnica trionfa: la politica ha ceduto autonomia, si è posta alle dipendenze di questi agenti dello status quo, di questi nuovi chierici. I quali nemmeno hanno necessità di ‘schierarsi’, basta loro seguire i protocolli tecnici e le regole del mestiere per assumere il controllo della situazione dinanzi a una classe politica delegittimata e spaesata. Renzi è il politico che più di altri in Italia si è affidato alla comunicazione, facendone un’arma micidiale. Ma più di altri, ben più di Berlusconi, ha sviluppato l’ideologia della tecnica (in quanto ideologia pura) alle cose della politica, neutralizzando o tentando di neutralizzare le procedure istituzionali (a partire dal Parlamento), la loro presunta ‘zavorra’, criticando la presunta ‘palude’, identificandola tout court con la democrazia rappresentativa e le sue procedure. “Alla fine si deve votare” è l’estrema considerazione che non indica soltanto la necessità che il dibattito sfoci in una decisione, no. Specifica, se non fosse chiaro, che contano solo i numeri, gli schieramenti, i rapporti di forza puri, i tempi ridottissimi del si-no, e non la chimica della democrazia, il suo essere conflitto reale, di donne e uomini, che (almeno all’interno del proprio stesso schieramento!) giungono a un punto alto ed efficace di mediazione. La tecnica è digitale, uno-due, on-off, non ammette soluzioni intermedie, umane troppo umane. Implica il salto, lo ‘scatto’, trasforma la democrazia in un ‘votificio’, nello stesso istante in cui accusa gli altri di voler votare ‘troppo’ (Renzi e la sua metafora del ‘Telegatto’, per dire).

Che fare? Resistere, in primo luogo, a questo dilagare della tecnica. Non è vero che essa sia un fatal destino, è semplicemente un’ideologia al servizio delle classi al potere, e dunque storicamente superabile. Resistere e frenare, almeno agli inizi. E poi riproporre la logica della politica, della democrazia, che è la stessa logica della sinistra occidentale: la partecipazione, la rappresentanza, la forza delle istituzioni democratiche, la riduzione dei dispositivi a mezzi, il conflitto e poi la mediazione, lo schierarsi, lo scontro delle opinioni, la partigianeria, la differenza, l’umanità degli ’ultimi’. La tecnica, la sua ideologia, è la peggior nemica di chi voglia diffondere consapevolezza democratica e partecipazione. Nemmeno la vecchia propaganda giungeva a tale ‘trionfo’. Oggi il destino della politica, e dunque di milioni di persone, dipende quasi unicamente dalla sapienza nel fare annunci e nel calibrare le strategie di comunicazione, dalla percezione che si ha delle cose, dall’abilità a disorientare, distrarre, dall’uso tecnicamente efficace delle regole della narrazione, dalla ‘qualità’ di quest’ultima, dal ‘raccontare storie’, appunto, che è sinonimo di ‘dire menzogne’. Più in generale si tratta di liberarsi, davvero, dai lacci e lacciuoli delle ideologie che raccontano un mondo diverso da quel che è. Che appiattiscono le opinioni a una, che presentano la partigianeria e gli schieramenti come ‘male’ e, dopo aver fatto cruentissime battaglie ‘comunicative’, sono comunque pronti ad ammassarsi in larghe intese istituzionali. La tecnica tende a ‘unificare’ nel modo peggiore: ‘ammassa’ appunto, mostra soluzioni uniche, neutrali, oggettive ai problemi, pensa i dibattiti come chiacchiera, i contraddittori come trappole, le interpretazioni come diaboliche, irrealistiche, paludose. La sinistra recuperi questo senso del ‘conflitto’ che sembra ovattato dal caos mediatico. Rimetta al centro le donne e gli uomini, non i beni inanimati e le merci. Ci restituisca i partiti, quelli veri, e rimetta al centro le istituzioni. Tolga di mezzo la plastica che ha avvolto le nostre coscienze, ci restituisca al conflitto politico e alla partecipazione. La mia è solo un’indicazione di lavoro, ovvio. Perché un cellulare è uno strumento, non un idolo. La logica della tecnologia è roba da ingegneri e periti, non da uomini politici. A cui spetta invece dare voce agli ultimi, rappresentarne i problemi, puntare a modificare gli assetti di potere armati di un progetto e di proposte specifiche, non pendere dalle labbra di un comunicatore tal quale. Altrimenti cadremo vittime di un paradosso, che avrà poco a che fare con la democrazia: eleggeremo un certo candidato ma in effetti sarà un altro a governare, quello che era apparso poco ‘comunicativo’, e dunque ineleggibile. Avverrà, o forse questo scambio, questo tragico sdoppiamento è già avvenuto.



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13 novembre 2014

Muri, tecnica e ideologie. Due riflessioni su 'Post-Sinistra' di Marco Revelli

Giorni or sono su FB Enzo Puro mi ha taggato un testo di Marco Revelli, ‘Post-sinistra’. È uno scritto contenuto anche nel volume omonimo, edito da Laterza in collaborazione con Repubblica (iLibra). Per quanto Puro mi consideri un poveraccio fermo, al più, alle odi barbare di Carducci, io avevo già letto di Marco Revelli (che stimo) ‘La politica perduta’, ‘Sinistra Destra’, ‘Finale di partito’ e, recentemente ‘La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi’, oltre a ‘Post sinistra’, appunto. Con l’occasione ho ripreso quest’ultimo e vi ho trovato talune annotazioni personali che ora provo a raccontarvi, spiegando anche che cosa non mi convince di quel libro. Non la considerazione generale (che, a dire il vero, Revelli ripete molto ossessivamente) sulla deterritorializzazione, lo sconfinamento, la modificazione – frammentazione - distruzione dello spazio globale, pubblico, politico. Quanto alcuni passaggi che io considero fondamentali per chi voglia acconciarsi a fare politica per trasformare lo stato di cose, non solo prendere atto (come vorrebbe Puro) di quello che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità (Revelli, peraltro, è uno studioso, a cui non chiediamo ‘che fare’, ma soltanto ‘che cosa’ c’è: l’onere delle scelte e delle decisioni tocca all’uomo politico non allo scienziato). E poi gli rimprovero un peccato di fondo, quale è per me l’idea che la‘potenza’ sovraumana della Tecnica possa decidere inequivocabilmente per tutti, che sia quest’ultima a deciderci. Per me si tratta di ideologia, lo dico subito. Alla tecnologia possiamo imputare tutto, ma non addebitargli lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Parlando molti anni fa con Walter Tocci, in una pausa tra un rilancio del tram e una ZTL J, lui mi disse che era affascinato dalle analisi compiute da taluni studiosi (si riferiva a quelle contenute sulla rivista Gomorra, la rivista di Meltemi diretta da Massimo Ilardi - non la serie televisiva che fa scuola di formazione presso taluni settori politici - ma-anche a un certo pensiero della crisi e del disincanto), ma aggiungeva che quel disincanto, quella Tecnica proposta come destino ineluttabile, quel senso estenuante  della crisi e del negativo, svuotassero la responsabilità dell’Esserci e del Soggetto (politico in special modo) e riducessero la passione per il pensiero tragico in mera impotenza pratica ad agire positivamente. Come trasformiamo il mondo se ci raccontano continuamente che la Tecnica è più forte e non ci lascia margini? Che essa decide per noi, che la crisi è insuperabile, che la parte ‘distruttiva’ occupa ogni spazio e che la nostra paralisi è destinale? Lo dico, questo, perché questa idea ‘tecnicistica’ spunta nel libro di Revelli, pur suggestivo e di buona lettura. Certo, se uno si limita a raschiare il lessico e a piallare la schiuma, questi passaggi non li coglie, e nemmeno coglie un senso più profondo del ragionamento di Revelli, alcune impuntature, alcuni difetti o squarci che aprano per tutti spiragli nuovi di comprensione.

L’analisi di Revelli, sul ruolo della Tecnica nella dilatazione e frammentazione dello spazio, non ammette repliche: “Lo spazio sociale, dunque, vive in un rapporto di simbiosi e di diretta dipendenza dalla tecnica, che ne detta estensione e intensità” (pag. 31 di “Post-politica”). Diretta dipendenza, scrive Revelli. Non c’è altro, alcun’altra causa. È solo la tecnica in rapporto alla conformazione dello spazio (che è poi il tema del libro) a determinare, “in via diretta, l’estensione e la densità dello ‘spazio sociale’ “ (p. 31). Quando si dice che tutto è ‘flusso’ (come spiega Castells), che il luogo è flusso, non ci si riferisce segnatamente ai ‘corpi’ (a parte un’oligarchia di cosmopoliti) ma ai ‘bit’, e dunque ancora alle tecnologie della comunicazione (Negroponte dice ‘atomi’, ma intende probabilmente le merci, non solo gli esseri viventi). Anzi, il “sistema dei media” è “l’equivalente del sovrano agli albori della spazialità” (p. 39). Se cercate “soggetti”, questi sono i “giganti delle telecomunicazioni”, le Telecom nazionali, sono loro i “veri ‘costruttori’ in senso fisico del nuovo spazio: coloro che decidono le allocazioni di tecnologia da cui dipende la velocità e la possibilità di connessione dei territori […] e per questa via decidono la forma del nascente e sempre mutante ‘spazio sociale’ “ (pag. 40). “Decidono la forma” scrive Revelli. Non decide il capitale finanziario, non decidono le grandi oligarchie, tantomeno i popoli. Decide la Tecnica. Ecco perché la domanda che mi faccio è la stessa formulata da Tocci allora: ma se la visione è quella di una Tecnica come dominus, noi che ci stiamo a fare qui? #popcorn verrebbe da dire se non si trattasse del destino di miliardi di persone. Se la tecnica decide, qual è il compito della politica (qualunque cosa si celi dietro questa parola)? Se la politica la fanno le imprese, a noi che resta? Dico a noi umani. Questa analisi è talmente estrema che appare, in realtà, del tutto inutile ai fini pratici. Meno male, allora, che i sociologi, i politologi, gli storici si limitano a suggerire il ‘che cosa’, ossia ci spiegano come stanno, a loro parere, i fatti. E meno male che alla politica, invece, tocca il ‘che fare’, ossia proporre indicazioni pratiche, soluzioni, strategie, sennò saremmo nei guai. Mo’ capisco perché Puro ammetta candidamente di non avere risposte a questa situazione. E come potrebbe? Ha scambiato l’analisi per la sintesi, la teoria per la prassi. Di certo le ha confuse malamente, superficialmente. Bastava leggere più nel profondo per evitare questo senso di impotenza e di frustrazione.

L’altro tema su cui Revelli si cimenta è quella della caduta dei confini, di uno spazio globale mutato geneticamente, elastico, rugoso, multiforme, lontano e prossimo allo stesso tempo, sociale più che fisico, virtualmente contiguo. A dire il vero, leggendolo, si scopre quanto lui sia distante dalla vulgata che circola attorno a questi temi, e che Puro riassume magnificamente nel suo post. Una vulgata che dice che è tutto aperto, tutto deterritorializzato, che lo spazio è solo estetico, comunicativo, che ci sono solo flussi e controflussi, una mobilità estrema di bit e atomi, e che destra e sinistra sono finite, e c’è un solo punto e un solo infinito. Che, si badi, è molto suggestivo, persino letterario, quanto sovrabbondante e fuori centro. Non lo dico io questo, lo dice Revelli stesso. La bellezza del libro (di ogni libro, a dire il vero) è quando questo pare contraddirsi, e invece sta aprendo parentesi luminose di comprensione ulteriore. In più di un passaggio di ‘Post-politica’, il ‘flusso’ dell’argomentazione inciampa e scopre rugosità e rigidità che, raschiando solo il lessico, non si colgono. Citando Castells, Revelli scrive che “i flussi assumono il proprio predominio sui luoghi, senza necessariamente cancellarli” (pag. 35). A pag. 45, a proposito di diseguaglianza, scrive che “il villaggio globale  […] è nato […] spaccato da diseguaglianze abissali” (dice ‘spaccato’ per indicare la mole delle diseguaglianze, così come io uso nei miei post ‘abisso’, ‘confine’, ‘muro’ a indicare un gap che tende persino a crescere, invalicabile, segregante, altro che liberi ‘flussi’). Cita quindi Bauman, e la sua distinzione tra ‘mobili’ e ‘vincolati’, tra ‘gestori dei flussi’ e ‘abitanti dei luoghi’ (i nuovi ‘servi della gleba’, inchiodati alla terra e alla pesantezza del luogo”, “socialmente divisi da distanze incomparabili” (pag. 47). Scopriamo che gli inchiodati sono una “moltitudine di immobili” e i mobili delle “oligarchie onnipotenti”, e ritroviamo qui i noti “1%” e “99%” di cui Occupy Wall Street per primo aveva parlato a ragione. Ed è vero che qui, tra questi tipi umani così differenti, si apre un abisso, un confine, e si spalanca la vera discriminante, quella sociale ed economica, non quella tecnica di cui nel libro invece si straparla. Tant’è che il capitolo 9 si titola: La fine dell’eguaglianza (politica) come ‘destino’. Destino. Ecco.

Certo, si potrebbe immaginare che Revelli immetta in questi flussi anche i migranti, gli umani, il loro dinamismo sociale, antropologico, etnico. Ma non è così. Gli oligarchi mobili sono i ricchi, i migranti semmai sono soltanto dei “mobili a velocità lenta” (pag. 47), che non hanno nulla a che spartire con la potenza delle merci (i veri ‘atomi’ di Negroponte), quelle sì dinamiche, quelle sì oggetto di flussi veloci e quasi invisibili ad occhio umano. “Mondi diversi, dice Revelli, fisicamente coabitanti nello stesso mondo […] ma socialmente divisi da distanze incomparabili”: distanze incomparabili, abissi sociali. Dice “mondi diversi e coabitanti”: dove sono, allora, i mondi frammentati, scomposti, multi versi? Qui la metafora spaziale sembra quasi novecentesca, altro che. E tornando sui ‘mobili’ e sugli ‘inchiodati’ baumaniani, Revelli approfondisce la questione. A proposito dei primi ne parla in termini di casta, dei secondi dice invece che “sono sempre più frammentati e differenziati tra loro, irriconoscibili gli uni agli altri, […] segmentati da muri fisici ed etnici, da spazi di segregazione e di interdizione, e incapsulati in una realtà che del sistema mondo ha per intero l’incertezza e la mutabilità, ma non la libertà”. Ecco. Noterete la sequela di immagini claustrofobiche, restrittive. Dice ‘muri’, dici ‘segregazione’. Contrappone a queste metafore l’idea di libertà. La libertà che è delle oligarchie mobili, ma non dei segregati. Eccoli i confini, i muri. Da non scambiare coi confini geografici (che pure dicono la loro ogni volta, quando alzano la voce le piccole patrie come la Catalogna, o lo spettro padano, per non dire dell’Ucraina e della Scozia). Muri e confini, piuttosto, da intendere come li intende Revelli, quali limiti, ostacoli alla libertà (personale, sociale), alla mobilità (che oggi si concede sempre più alle merci e meno agli ‘immobili’ umani) di cui i cosmopoliti oligarchici godono a iosa, ma il restante 99% no. Perché sono stipati in città (quartieri, borgate, hinterland) che sono ‘globali’ solo per taluni, ma risultano ‘murate’ per tutti gli altri.

Confini, spazi chiusi: a questi mi riferisco sovente nei miei post quando penso la politica, e immagino la possibilità di ridurne l’altezza, lo spessore, la portata. Abbattete tutti i muri, lo ha detto anche Papa Francesco e voleva dire che ne esistono ancora, pur se non coincidono con i dazi statali (ma talvolta sono dazi statali, come negli Stati totalitari: provate a uscire dalla Cina se siete degli ‘immobili’ baumamiani). Revelli, quindi, a margine di questa coppia mobili vs inchiodati, aggiunge pure (si badi) che “in mezzo” a essa, quale terzo fattore (dialettico?) c’è “la vita che continua a svolgersi dentro la vecchia spazialità statale-nazionale, che pur sopravvive ma in forma sempre più selettiva, con gradi di accesso e di efficacia e di accesso differenziati rispetto alle diverse fasce della popolazione” (pag. 49)! Insomma, gli uomini (pure gli 'inchiodati' al loro interno) continuano a essere divisi in classi, godono di una mobilità differenziata (anche sociale), accedono a beni e servizi in forma diseguale. La diseguaglianza non è solo di ‘opportunità’ (orientamento a futuro) ma è un FATTO (presente). Non solo. La mobilità, vecchia bandiera della sinistra, dice Revelli che oggi genera ‘diseguaglianza’, perché c’è chi è “dinamico” (ma nel senso del censo, della posizione sociale e delle opportunità connesse) e chi è sottoposto ancora (für ewig, direbbe Puro)  al nomos della terra. E forse, adombro, l’oligarchia è dinamica proprio perché la moltitudine è ferma, segregata. E la cesura che cresce tra i due mondi e minaccia la coesione sociale genera “un’inedita asimmetria” crescente tra “la natura extraterritoriale del potere e la permanenza dei vincoli territoriali in quella che è […] ‘vita nuda’ “, perché priva degli strumenti culturali (e sociali, dico io)per accedere al “mutamento di stato tra territorialità e globalità”. Insomma, le suggestioni teoriche dicono ‘flussi’, sconfinamenti, ecc. Ma la sostanza sugosamente pratica aggiunge, invece, la pesantezza e la gravità della vita nuda, quella che non si stacca da terra, quella diseguale, ‘confinata’, murata in qualche quartiere anonimo o in qualche borgata. Quella ancora affetta da spirito di gravità.

E allora. Solo una visione superficiale può far pensare alla comunicazione come unica forma possibile della politica. Solo una malintesa ‘liquidità’ o  una visione manichea può indurre a pensare che il campo mediale sia il solo campo politico e la politica debba adattarsi, in termini di fatto conservativi, a questa condizione estrema. Puro nel suo post scrive che la comunicazione è tutto (cita anche la ‘scienza del cervello’ e la linguistica cognitiva), che bisogna prendere atto della liquidità così come Carlo Marx ‘prese atto’ del capitalismo industriale. Ma Carlo Marx non ‘ prese atto’ in alcun modo, anzi si incazzò come una vipera dello sfruttamento a lui presente, e decise di avviare una critica aspra, scientifica, radicale di quello stato di cose. Partì da lì, certo, con una logica specifica dell’oggetto specifico. Ma non gliela mandò liscia. Vedi un po’. Puro scrive che non ha risposte da dare a questo mondo così diverso da quello novecentesco (che secondo me era tutto meno che piatto, ordinato e unilineare come si sostiene oggi, anzi). Certo, se affoga nella teorie che legge, questo è inevitabile. Se accredita la tecnica come fa Revelli, pure. La pratica nasce, deve nascere, per contestare aspramente l’esistente non per prenderne atto. Non si prende atto dell’ingiustizia, non si assume a destino l’ineguaglianza. Perché la politica, così, sarebbe già finita prima ancora di cominciare. Calarsi nello spazio, in questo spazio storico eventuale, presente, contingente assumendone in toto le forme e le logiche, è già conservarlo. Per esempio, puntare tutto su un leader alto, bello e biondo per vincere è una forma di adattamento all’esistente, non ne è una critica. Parlare la stessa lingua può andar bene, ma per dire cose diverse. Farsi spazi in un anfratto è giusto, ma poi da dentro devi scardinarlo. Ti devi porre il problema, non prendere atto. Renzi è uno che si è calato nell’esistente. È la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Voi vedete potenzialità sovversive in questo? Non credo, non mi pare. A parità di logica, la prassi è all’incirca la stessa. Marx non ‘prese atto’ affatto, perché disse: sino a oggi si è interpretato il mondo (si è fatta teoria), ora bisogna cambiarlo (servono una critica e una prassi trasformativa per cancellare lo sfruttamento). Prendere atto è fare ideologia. Dire che è colpa della tecnica è fare ideologia. Nascondere i “muri” è ideologia. Pensare spazi definendoli ‘impensabili’ è ideologia. Non guardare in fondo agli abissi è ideologia. La sinistra che non vuole trasformare nulla è ideologia. Che prende atto e si accomoda in uno scenario dato. Falsa coscienza per la quale servirebbe una nuova critica dell’ideologia, altro che esaltazione manichea, esagerata, ben oltre l’effettivo valore euristico, della ‘liquidità’.

Enzo Puro, peraltro, si tranquillizzi. Una politica molto aderente a questo scenario e che lui non riesce a individuare e lo ha lasciato senza pensieri e senza soluzioni politiche c’è già. È qui tra noi. È il PD. È il renzismo. Nessun’altro ha “preso atto” del concetto di liquidità più del partito renziano e di Renzi stesso. Nessuno canta l’inno della presa d’atto più del premier. Nessuno si è accomodato nell’ “eventuale” più di lui. L’idea che non vi sia più nulla di solido, che i muri non esistano, che i confini vadano cancellati, che alla lotta debba seguire l’osmosi, che al confine inteso come linea di lotta debbano seguire i ‘patti’ e le intese segrete, è la sua idea. Renzi è un ‘atomo’ che fluisce, è la tecnica in atto, è il Prometeo dell’elettrificazione. È un bit, più che un umano. Abbiamo lasciato a un Papa il compito di indicare la povertà , di mostrare le piaghe, di invocare il riscatto spirituale e sociale. La sinistra ha arretrato sul terreno suo proprio, quello del lavoro, dei muri da abbattere, della dignità personale e del riscatto sociale, per avventurarsi in un mondo non suo, il mondo in cui si legittima tutto purché si governi. Aveva ragione Tronti, il rinnovamento preso in astratto, alla ricerca del ‘nuovo’, fatto dai giovani contro i vecchi, nella totale discontinuità, è solo rinnovamento generazionale, e conduce a un inevitabile mutamento genetico. Il PD è un OGM soggetto a chissà quali, ulteriori trasformazioni rispetto a quelle già molto evidenti oggi. Si badi che questo, però, non è un destino, né una condanna. Anzi, ognuno ha il futuro che si merita, anche se io continuo a pensare che il presente sia più rivoluzionario dei sogni, soprattutto se questi diventano incubi politico-tecnologici.

 

P.S. Il post di Enzo Puro a cui faccio riferimento e che lui ha dedicato a me è a questo link:

http://enzopuro.wordpress.com/2014/11/11/i-luddisti-contemporanei/

Il bel libro di Marco Revelli (che invito a leggere) è invece il seguente:

Marco Revelli, Post-Sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato, Laterza – la Repubblica, Bari Roma, 2014

 

 


5 luglio 2013

La politica e la tecnica. Commento a Barca

Barca, nella sua bella intervista a Sette, dice molte cose di grande interesse, ma una in particolare mi ha colpito. Laddove spiega il rapporto tra decisione (politica) e sapere (conoscenza). In Italia, secondo l’ex Ministro, ci si affida soprattutto alla decisione ma si sottovaluta la questione della conoscenza e del sapere,  che debbono accompagnare strutturalmente ogni scelta politica, ogni norma, ogni atto o provvedimento di governo o parlamentare. Detto in altri termini, la politica non deve essere soltanto il classico ‘che fare’ ma anche il ‘come’ farlo. Perché non si tratta soltanto di decidere ‘cosa’ sotto forma di provvedimento, ma soprattutto di stabilire secondo quale percorso, secondo quali tecniche, procedure, metodi, in base a quali forme di partecipazione e di condivisione collettiva quelle decisioni debbano trovare una sostanza e una realizzabilità. Sacrosanto. Ed è come dire che la comunicazione (ossia un atto che si concentra sull’involucro espressivo del progetto politico, e quasi ne ignora il contenuto effettivo) non basta, non può bastare, e che serve invece un sistema di idee, progetti, saperi, contenuti, strategie senza le quali il leader si riduce a un ottimo attore-narratore, ma poi bisogna andare alla ricerca di chi governerà davvero la baracca in caso di vittoria elettorale.

La scissione tra politica e tecnica è il vero dramma italiano. Quando si punta l’indice sulla politica dell’annuncio, non si fa altro che porre sotto accusa quella scissione. Anzi, peggio, nel nostro Paese si vende la decisione prima ancora che ci sia un provvedimento, un atto concreto. Così che la comunicazione e la politica fanno cortocircuito, nel senso che la seconda scompare fagocitata dalla prima, dalla sua volatilità, dalla sua aleatorietà. Che poi le cose accadano davvero, che il provvedimento sia scritto e l’opera avviata poco conta. La grande massa dei giornalisti, intenti a discutere di diaria e di stipendi ai deputati, non andrà mai a vedere se all’annuncio segua davvero qualcosa. E invece la tecnica è una cosa decisiva, ineliminabile, per quanto non possa sostituire la politica (vedi un po’): è grazie alla tecnica (lo ‘specialismo’, direbbe Gramsci) che le nostre decisioni assumono concretezza e vanno oltre le eteree narrazioni, gli spot o i loft. È grazie alla tecnica che la politica si completa e il governo assume senso ed efficacia. Barca dice a Sette che la politica italiana è normocentrica e poco tecnica. Ha ragione da vendere. Anche perché ridurre tutto alla decisione politica (inefficace) prima o poi produce l’invocazione a gran voce della tecnica direttamente al potere (com’è accaduto). Una jattura anche questa. Il PD esca dal proprio involucro spesso piattamente comunicativo e riporti in auge il sapere, pena la sua lenta ma progressiva dissipazione.

 


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16 maggio 2013

La fine del potere (pubblico)

 

Recensendo Naìm (La fine del potere) Rampini usa l’immagine del ‘frastuono indistinto’ per descrivere di twitter, facebook e la blogosfera in genere. Subito dopo accenna ai “tremendi semplificatori” che oggi imperversano sulle ceneri di un potere disperso, di partiti sostituiti da ong e movimenti monotematici e di élite ridotte in un canto. Ma il terribile combinato di frastuono e semplificazione produce un paradosso tremendo, roba da far tremare le vene dei polsi. Il frastuono stesso diventa semplificazione, e fa cortocircuito con la demagogia di certi leader rustici alla Beppe Grillo, per fare un esempio possibile, o miliardari (à la Berlusconi, insomma). Il caos, l’affastellarsi di voci, opinioni, il rumore di fondo di certo intasatissimo web invece di apparire quel che è (frastuono, appunto, caciara inestricabile insomma) assume le fattezze dello schemino facile facile e comprensibile a tutti, del compitino che può capire chiunque, e finisce per delegittimare anni e anni di studio, esperienze lunghissime in uffici e servizi, carriere costruite sul confronto incessante con la complessità e articolazione della realtà (economica, politica, sociale, culturale). La tenaglia di caos e semplificazione si chiude così stritolando proprio le organizzazioni, quelle che garantiscono decisioni e scelte non purchessìano ma, in primo luogo, efficaci.

Ha ragione Revelli, d’accordo, l’oligarchia è un rischio quasi matematico delle organizzazioni moderne, proprio per la quantità di specialismi, professionalità, competenze che entrano in gioco e che deprivano le ‘basi’ (militanti, iscritti, cittadini comuni) della partecipazione effettiva alle decisioni. Ma di qui a cancellare il potere, le élite, le organizzazioni stesse in un mondo che resta di fatto complicato, che nessuna cuoca (nemmeno quella di Lenin) sarebbe in grado di affrontare con le sole ricette di cucina, ce ne passa. La crisi dei partiti, la sfiducia verso la politica, la burocrazia, le élite in genere non può generare il mostro dell’anarchia, di un mondo tornato piatto e vuoto, esposto, ecco il punto vero, alle oligarchie vere, quelle sì, della finanza, dei media, della tecnologie, della comunicazione. Che riescono a conservare, a quanto pare, in quanto poteri privati (opachi, autoreferenziali, raggrumati in qualche stanza piombata) un proprio ambito di decisioni (e di profitto) sul resto del mondo, a partire dalla sfera pubblica. Se si parla di fine del potere, e un senso questa proposizione lo ha, io direi che stiamo parlando soprattutto di poteri pubblici. Uno sfaldamento a cui i comuni cittadini partecipano lieti e attivamente con allegra noncuranza e un certo (forse legittimo) risentimento. Ma i poteri privati, le sfere circoscritte degli specialismi finanziari, mediali, tecnologici sono lì, sempre vigili, e stanno vincendo la loro personale guerra alla politica. Sapevatelo.


15 maggio 2013

La linea di galleggiamento

 

Finita la fiammata elettorale, quando ci si sente tutti in vena di fare promesse e assicurare nuove speranze, riecco la dura legge della realtà. Sintetizzabile nel celebre detto: non c’è un soldo pubblico, bambola. Le parole preoccupate di Epifani e Letta non lasciano dubbi in proposito. La coperta è tornata stretta ed è riemerso il sangue-sudore-lacrime dell’ordinaria amministrazione, dopo le audaci e seducenti proposte di marketing della campagna elettorale. E allora. Ditemi che nesso c’è tra le magnifiche sorti e progressive raccontate dalla comunicazione-politica e il breviario quotidiano dei sacrifici, del rigore, dell’austerità, dei conti che non tornano, della polvere nascosta sotto il tappeto, dei soldi che non ci stanno nemmeno a stamparli, della CIG che non è finanziata, degli esodati che stiamo punto a capo, dell’IMU che per cancellarla ai ricchi proprietari delle prime case siamo costretti a tagliare servizi a qualche disagiato in affitto a nero. Ecco, questa è la tragedia della politica, la scissione profonda tra la musichetta, i frizzi e i lazzi dei media e della campagne, e il testo vero, drammatico della canzone, che in campagna elettorale si fischietta appena e poi, a urne chiuse, si deve cantare a squarciagola, pronunciando le parole effettive, quelle che prima non avrebbero attratto granché alcun genere di elettorato.

Questa scissione è il dilemma vero: i media e il marketing da una parte, il governo effettivo della cosa pubblica dall’altra. Una scissione che produce un contrasto tremendo, e che segna non solo la fine del povero politico che dovrà acconciarsi a governare dopo i fuochi pirotecnici elettorali, ma soprattutto della politica-politica, ridotta a barzelletta, soffocata dalla comunicazione, dal marketing e dai media. E dall’antipolitica moderna, che nasce TUTTA e senza residui sull’effetto mediatico, sulla capacità della TV e della rete di irretire milioni di persone. La politica ovviamente non è una santarellina, per molte e note ragioni, ma soprattutto perché ha affidato per intero il proprio destino ai media, se n’è fatta forte, ha riscosso successi, ma ha evocato poteri e scoperchiato un vaso di Pandora oggi ingovernabile. È un fatto che una campagna mediatica ben azzeccata conta più del suffragio universale e del meccanismo reale di voto. Si sta realizzando, in fondo, la profezia filosofica della Tecnica quale assoluta dominatrice, dei poteri specialistici oltre e sopra la politica, della sfera pubblica interamente preda dei poteri privati (finanza, marketing, media). I partiti? Dei poveracci, credetemi, dinanzi alla bolgia mediatica in cui operano oggi. Gente che ha studiato economia negli Stati Uniti e che adesso rincorre l’elettorato virtuale a colpi di twitter! Credetemi, una vera tristezza. Così come fa malinconia il personale politico alle prese con lo smartphone anche sui banchi del governo e in diretta tv. Io credo che anche De Gasperi, anche Togliatti, anche Nenni, sarebbero stati schiacciati da facebook. Ve lo immaginate il Migliore, che scriveva con la penna verde, alle prese coi 140 caratteri? Tsk! Solo una politica liquida, post-fordista, frammentata, personalistica, mediatica, di mero galleggiamento (e quindi fondamentalmente inutile ad affrontare la realtà pubblica) può sopravvivere ai ‘mi piace’ e alle cazzate che circolano in rete senza più alcun genere di controllo. Dove ormai sono più i fake che gli utenti reali o i cittadini comuni. Insomma, abbiamo sbracato su tutta la linea. E mo’ so’ cavoli.

Nella foto, il segretario del PD liquido mentre legge l'Unità


13 marzo 2013

L'agone

 

Ripetiamo spesso che solo la politica è uno strumento vero di cambiamento, mentre l’antipolitica all’opposto è conservazione pura. Il perché è semplice. Tutte le forme di governo tecniche od oligarchiche (e spesso antipolitiche) lasciano intendere ideologicamente che la soluzione ai problemi è una e una soltanto, la migliore, quella giusta, quella che funziona. Che si tratta di individuare questa soluzione, non altre perché inefficaci. E che, se è così, è inutile chiacchierare, dibattere attorno alle diverse opinioni, perdere tempo in sofismi. Si convochino i più bravi e si chieda loro la ricetta. Il popolo resti in ascolto a bocca aperta. Tutti si adeguino ai guru e basta così. Il resto è noia.

La politica, al contrario, nasce come strumento dialettico, come agone, come confronto tra posizioni, come lotta durissima tra soluzioni diverse, entrambi valide almeno dal punto di vista di principio, e perciò legittime. Soluzioni che offrono diverse vie di uscita, nel contesto di ideali e valori anche opposti tra loro. Perché la politica, la buona politica, decide in base a ideali e valori, si ‘libra’ dal mero interesse, dal cinismo e dall’opportunismo di questo o quel settore sociale e, pur rappresentando pezzi o ‘blocchi’ di società comunque rilevanti, tenta una mediazione, indica una prospettiva, suggerisce un percorso comune. Destra o sinistra, insomma.

L’antipolitica invece semplifica e dirime tutto (almeno all’apparenza!). Schiaccia la dialettica su qualche comando rozzo e immediato, ma buono per i media e per la pancia sociale. Ci fa credere che la soluzione è una sola. Né di destra né di sinistra (ma in realtà è di destra). Che la politica è un’inutile perdita di tempo. Perché tanto è sufficiente uno bravo, o uno stimato da tutti, o un contestatore, o un tecnico, o un miliardario, ultimamente persino un comico. Pensate un po’. Ma la garanzia di cambiamento è solo la lotta, la dialettica, anche lo scontro alla luce del sole tra soluzioni e fazioni diverse. E la lotta è solo politica, non altro. E quando è uno scontro ‘tecnico’, è solo dialettica tra pezzi di oligarchie. Chi alimenta l’antipolitica non vuole cambiare niente e anzi avvantaggiare i soliti noti, quelli che già ci hanno portato in questa palude, a due passi dal baratro. Sapevatelo.


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2 gennaio 2013

Antipolitiche

La crisi della politica non è Mario Monti che guida un governo di emergenza con una strana maggioranza. Di soluzioni temporanee, legate alla specificità della fase, è piena la storia. La crisi della politica non è solo il berlusconismo, il partito azienda, l’olgettismo, il porcellum, ecc. Non è solo la stantia retorica della società civile, della casta, del giustizialismo. E non è nemmeno Monti che scende in politica, perché tutti possono candidarsi ed esporsi sul mercato politico: facciano pure. No. La crisi della politica (non paia paradossale) è anche Casini che si rifugia dietro Monti e se ne fa scudo. È Bondi che fa il cacciatore di teste e mette il bollino-qualità sulla torma di candidati udc che premono ai cancelli. È il ‘centro’ interpretato come spazio vuoto di moderati, da riempire con la lista di prescrizioni contenute nell’agenda Monti. È l’idea che anche la prossima legislatura debba essere affidata a ‘tecnici’ o presunti tali, e che la politica debba stare a bagno maria, affidandosi ancora una volta a strane maggioranze. È la concezione della politica come ambito neutralizzato, che rispecchia l’idea non peregrina per cui la tecnica oggi fissa i paletti e decide per tutti. Ma che concede alla tecnica troppo, davvero troppo, e che fa ideologia della tecnica stessa, e nasconde le proprie ambizioni politicissime dietro una maschera tecnocratica e professorale. Ed è pure il progetto di piazzare in prima fila i soliti miliardari antiwelfare e taglia-tasse all’americana (ossia per soli ricchi) e ridare fiato a un settore di imprenditori, professionisti, consulenti, finanzieri, speculatori che alla sola idea di pagare una tantum una patrimoniale vengono i vermi intestinali. Ecco la politica è invece rimettere al centro l’opinione dei cittadini, la forza di partiti autonomi e rinnovati, la solidità di istituzioni rigenerate. Le primarie sono i cittadini che scelgono, mentre Bondi è il colletto bianco che taglia le teste secondo parametri aziendalisti. Bersani è il leader che si sottopone alla duplice sfida delle primarie e poi elettorale. Casini, invece, è quello che mette su un baraccone di tecnici e miliardari per speculare ancora una volta sul sentimento antipolitico degli italiani. Per non parlare di Berlusconi, dei Fratelli d’Italia, dei barbari sognatori, di Grillo, di quelli che ogni tanto si ergono e parlano a nome della società civile, tutta gente che in un Paese normale farebbe soltanto il proprio mestiere, niente di più, e forse pure male.

 


27 marzo 2012

La matita rossa

 Matita rossa clip art

L’aut aut non è il linguaggio della politica. Che, semmai, scatena l’inferno anche su questioni minute, all’apparenza irrilevanti, ma poi non batte il pugno sul tavolo e si alza disgustata dagli astanti. Il Paese, i cittadini, gli attori sociali non amano le analisi dotte e le impuntature melodrammatiche, ma vorrebbero piuttosto soluzioni efficaci. L’aut aut semmai è il linguaggio della tecnica. Che non conosce la mediazione, ma solo un fare irrigidito dal sapere più supponente. Può andar bene quando si tratta di progettare e far funzionare macchinari complessi, di cui il resto delle persone sono solo sprovveduti utenti, ma non può affatto piacere se gli utenti in questione sono in realtà cittadini in carne e ossa.

E poi non è nemmeno vero che la tecnica e la scienza siano così rigide. Lo sanno tutti che gli scienziati lavorano all’interno di comunità, dove il dibattito incide (non può non incidere) sui risultati sperimentali e sulle ‘verità’ rinvenute. Lo sanno tutti che la ‘verità’ ha assunto uno statuto meno rigido di quanto non fosse in clima di rigido realismo, e che contano molto i parametri, le cornici, i paradigmi. Che i fatti sono importanti, ma lo sono quanto le interpretazioni (new realism permettendo). E dunque anche la tecnica, per quanto animata da una potenza sovreccitata, studia il proprio campo di applicazione, prende le misure al contesto, scruta i paradigmi imperanti, risente del dibattito pubblico e della comunità che la evoca. Anche la tecnica è costretta a una propria umiltà. Il fare non è mai un’astrazione. Così che anche l’aut aut appare sempre meno un’energica figura tecnico-scientifica, e sempre più una questione professorale, cattedratica, supponente. Astratta.

Ha scritto Ezio Mauro, oggi, persino su Repubblica: “non siamo a scuola e non tocca ancora ai nostri governi dare il voto ai cittadini: semmai l’opposto”. Ecco. Non siamo scolaretti, non lo sono i cinquantenni come me che da venti anni affrontano la crisi, il ventennio berlusconiano, il liberismo sfrenato, l’egemonia dei mercati, e nonostante tutto riescono a mandare i figli a scuola, poi all’università, li dotano di tecnologie, e soprattutto sviluppano quel welfare familiare che sinora ha salvato la baracca-Paese dal disastro finale. Monti sappia che a noi serviva uno bravo che si mettesse al servizio del Paese. Diciamo il Monti1 sobrio e buono ad ascoltare il disagio italiano. Non ce ne facciamo nulla, invece, del professore, del Monti 2 con la matita rossa. Il Parlamento non è una fiera di paese, come ritiene anche la brutta destra che ci è toccata in sorte. Il Parlamento è lo spazio del confronto, è il luogo dove l’Italia dibatte alla luce del sole sulle politiche pubbliche. Può piacere o può non piacere. A noi, di sicuro, non piacciono le matite rosse.


12 marzo 2012

La politica e la tecnica

 

Adesso tutti scoprono che il Governo Monti, nonostante gli indubbi meriti, è debole politicamente. Cundari, sull’Unità, rileva ‘un drammatico errore di sottovalutazione dei problemi politici’. E annota come, dopo il passo indietro sulla Rai e sulla giustizia, l’ultima parola oggi spetti ancora a Silvio Berlusconi. Ma che un governo cosiddetto ‘tecnico’ possa apparire debole a livello politico sembra quasi lapalissiano. Per quanto si cianci delle magnifiche sorti e progressive del centrismo tecnocratico vero il 2013, ora ci stiamo accorgendo che nuovo governo Monti (anche se fosse in futuro meno tecnico e più politico), non solo incorrerebbe nelle medesime aporie di oggi, ma apparirebbe esso stesso un’aporia, un curioso miscuglio di tecnica e politica, per quanto lanciato in pista da un mandato diretto e non dalla terribile crisi economica di questi mesi.

Giovanni Sabbatucci sul Messaggero porta alle estreme conseguenze questa contraddizione. E chiede perciò alla politica e ai partiti di non esagerare nelle prossime campagne elettorali locali, per non compromettere l’esperimento di Monti. La politica dovrebbe ‘ritrarsi’, accettare una limitazione di campo, perché così il conflitto con la tecnica sarebbe meno contraddittorio e meno palese. Si toglie la contraddizione ‘diminuendo’ l’intensità di uno dei due corni della questione, quello politico. Ma questo vuol dire che alla patologia di una politica già compressa e all’aporia di un conflitto strisciante con la tecnica, tendiamo a ‘ridurre’ e comprimere il campo, a disarticolarlo, a fare attorno alla tecnica il deserto politico. Togliendo, così, il sale alla democrazia, che è il dibattito, il confronto pubblico, e poi la scelta tra ipotesi alternative: tema massimamente politico e ineludibile.

Ora, per un lasso di tempo limitato e nelle condizioni di crisi in cui versiamo, questo passo indietro della politica può anche essere tentato (consapevoli che pure il governo più tecnico resta un governo parlamentare, e dunque politico). Ma alla lunga la questione inizia a puzzare, ingenerando conflitti e polemiche peggiori dei presunti vantaggi prodotti dal posizionamento centrista-tecnocratico post 2013. Ci sono temi politicissimi che un governo ‘tecnico’ non potrebbe mai affrontare con la dovuta autorevolezza: la politica estera, ad esempio, o intraprendere la via delle riforme. La principale preoccupazione oggi è l’economia, ma non esaurisce le questioni in campo, anzi. Se poi Monti serve solo a fare da scudo verso l’opinione pubblica, impegnando la propria immagine a copertura di una politica vile e senza risposte, pronta a governare ‘da dietro’, allora è un altro paio di maniche. Un simile opportunismo comunicativo-politico sarebbe di una tale sciatteria che non vorrei nemmeno star qui a commentarlo.

Nella foto, il ministro Passera


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permalink | inviato da L_Antonio il 12/3/2012 alle 11:32 | Versione per la stampa


16 febbraio 2012

I senza-partito

 

C’è chi scommette sulla inutilità, oggi, dei partiti. E propone una democrazia senza di essi. Sono tanti, anche dentro il PD. Persino insospettabili, che magari non lo dichiarano apertamente, ma lo lasciano trasparire dalle cose che dicono. Ridurre il partito a comitato elettorale, a consesso di capicordata, a strumento subalterno alla rete, a sbiadito vassallo della cosiddetta ‘società civile’, a sciocco ma funzionale arnese nelle mani di un Leader è la stessa cosa che scansare di mezzo il partito, consegnando la nostra vita alle emergenze, ai tecnici, ai media, alle oligarchie, alla finanza, al populismo. Perché ormai il gioco si fa duro, ed è questo: partiti (+ Stato e istituzioni rappresentative) versus oligarchie e tecnologie di ogni sorta.

Appare evidente la relazione con l’impetuosa avanzata del neoliberismo: i partiti, nello scenario di estrema deregolamentazione e di rottura di ogni schema pubblico arrembante in questo trentennio, sono poco più che nulla. Anzi, persino un intralcio. Gli interessi forti (non quelli dei cittadini) trattano e negoziano direttamente tra loro, nei loro uffici e a brutto muso, le reciproche convenienze. Interessi legali e non, ovviamente. La marginalità dello Stato rispetto all’economia, delle leggi rispetto alle consuetudini più animalesche, della democrazia rispetto alla canea dei poteri diffusi è inscritta anche nell’attacco ai partiti e nel loro crudo ‘accantonamento’.

Certo, ai partiti spetta il compito di rinnovarsi, di adeguarsi ai tempi e alle condizioni del nuovo millennio. Ma non deve passare sotto silenzio il clamoroso processo di ristrutturazione dei poteri in corso nel mondo, che non prevede canali di partecipazione biunivoci, di relazione stretta e di scambio tra istituzioni e cittadini. Il modello è tendenzialmente unidirezionale, e le persone ormai sono chiamate a svolgere un ruolo di consumatori bastonati più che di protagonisti a tutto tondo della vicenda pubblica. Chi spara contro i partiti, con tutti i distinguo possibili, è solo un agente in massima parte inconsapevole di un mondo che assume fattezze sempre peggiori. Le caste vere (e le corporazioni) sono i recinti in cui oggi il ‘macchinista’ globalizzato vorrebbe confinarci, e dove dovremmo occuparci delle nostre piccole esistenze all’insaputa di quelle tutti gli altri.

Nella vignetta, meno partiti meno fatica.


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